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Japan Tour 2016

18 settembre 2017

Nell’estate 2016 ho affrontato una delle sfide più impegnative e stimolanti della mia vita; uno dei premi del concorso che avevo vinto, infatti, prevedeva una lunga tournée per tutto il Giappone, che avrebbe toccato le principali città. Quasi un mese e mezzo, da metà giugno a fine luglio, sempre in viaggio, con bagagli pesanti (fortunatamente talvolta spediti via posta), cibo nuovo ma sempre buono, mai un vero posto dove stabilirsi (la “residenza” più lunga è stata di 5 giorni) e tredici concerti da suonare sono stati una bella prova, ricca certamente di soddisfazioni, ma costata anche molta fatica. Il tutto ha inizio a Nagoya, dove suono per due volte l’ultimo concerto di Mozart, K595, accompagnato dalla Nagoya Philarmonic e da Ken Takaseki; con lui avevo suonato la finale del concorso, che gioia rivederlo in tutt’altra situazione! Era la prima volta che suonavo un concerto di Mozart in concerto, ed è stata una grande emozione; talvolta un po’ di irrequietudine (poche note sono sempre più difficili da suonare...) ma alla fine grande felicità, e il pubblico, numerosissimo, molto felice! Due bis.

Alè, tempo di andare oltre, e toccare la prossima meta, Tsu, la capitale della prefettura di Mie. Qui suonavo da solo, e mi era stato richiesto di eseguire un programma più “semplice”; una sonata di Mozart, qualche preludio di Debussy, un po’ di Satie, qualche Kinderszenen, e poi infine la Ciaccona di Bach-Busoni; anche qui, pubblico gentile e caloroso, forse poco abituato alla musica classica, ma non per questo meno capace di recepirne la bellezza: talvolta il messaggio emotivo ed estetico è troppo forte per non riuscire a passare.

A passare avanti invece sono io, continuando il mio viaggio. Prima di arrivare a Sapporo, dall’altra parte del Giappone, a nord (quasi due ore di aereo) mi fermo per pregare al tempio shintoista di Ise, poco lontano da Tsu. Spero così di ingraziarmi gli dei giapponesi, affinché mi scortino nel mio duro e faticoso viaggio.

Viaggio che continua a Sapporo, dove ho il mio primo vero e proprio recital; due ore di musica (così, ahimé, richiedono) al termine dei quali siamo tutti messi a dura prova, sia io che il pubblico. Non avevo mai fatto un concerto così lungo, e ne avevo un’altra decina da eseguire, era dunque tempo di prendere l’abitudine.

La tournée continua con vari concerti, a Kyoto, Akita, Beppu, e così via, in cui il programma cambia leggermente ogni volta; le performance migliorano sempre di più, nonostante il fatto che sia sempre in movimento. Un concerto forse tra i più riusciti è stato quello a Niigata, nella bellissima sala RYUTOPIA, che è chiaramente ispirata alla Berliner Philarmonie.

Una caratteristica delle sale giapponesi è quella di avere sempre un’ottima acustica; i materiali impiegati, la forma che viene data ad ogni angolo, e la sapienza costruttiva permettono al suono di essere sempre molto denso e ricco, mai né troppo secco, né “da chiesa”, in cui tutto rimbomba e non ci si capisce più nulla. In altre parole ci si sente, da performers, sempre molto a nostro agio nello spaziare in questo infinito mondo di suoni; ci si può veramente concentrare per cercare le finezze più ardite, i pedali più lunghi, colori pressoché infiniti: è una vera gioia.

La tournée continua, io naturalmente non suono e basta, cerco di visitare almeno un po’ ogni città che passo, anche se a volte è veramente difficile; arrivo finalmente a Tokyo, e cerco di conoscerla un po’ meglio. Tokyo è una città invivibile per uno che, come me, è cresciuto in una cittadina da nemmeno 40.000 abitanti; il ritmo è sconvolgente, la quantità di persone spropositata, gli stimoli troppi, e non c’è veramente mai un momento di pace. A me poi è venuto il torcicollo, a furia di guardare su: è in alto che si sviluppa la vera città.

Ma riesco anche qui a trovare una zona che mi piace molto, e che anzi, col tempo, inizio ad amare profondamente; è la zona di Ueno, ricca di parchi e di musei, in cui chiunque può perdersi tra i dolci profumi delle piante e i riflessi degli alberi nel piccolo laghetto, che ospita graziose creature marine, sempre pronte ad un intimo scambio di opinioni coi passanti. È proprio a Ueno che vedo addirittura una mostra su Van Gogh e Gauguin, veramente ben curata, che indaga la relazione tra sogno e realtà. Del resto, non era anche il mio un vero e proprio sogno? Un ventunenne che gira spensierato il Giappone, e si perde tra aerei e Shinkansen (il leggendario treno veloce giapponese), mangiando sushi e ramen, imparando a ringraziare ed augurare “buon appetito!” in giapponese, suonando concerti e camminando per le strade poco illuminate della campagna giapponese, riflettendo su tutta l’occidentalizzazione avvenuta negli ultimi settant’anni, pur non avendo questo fatto perdere le tracce di una cultura millenaria, elegante e severa… sì, era decisamente un sogno, un bellissimo sogno che si concretizzava, e continuava ad essere alimentato in ogni momento da ogni nuova persona conosciuta, nuovo concerto ascoltato (ebbene sì, non ho solo suonato!), nuova città vista e cibo provato; era un fiume in piena di sensazioni ed impressioni del tutto nuove, che rimarranno per sempre impresse nella mia memoria.

Il viaggio continua e così raggiuge il suo climax con i due concerti più importanti; Osaka e Tokyo. Il programma mastodontico incanta il pubblico e finisce che concedo 4 bis a botta, esaurendo le ultime risorse energetiche rimastemi. Qui trovate un audio del concerto di Tokyo, nella bellissima Kioi Hall.

Un’esperienza bellissima, resa ancora più intensa dal fatto che due miei amici dall’Italia si trovavano in sala; un gesto di affetto che di certo non dimenticherò!

E così mi appresto all’ultima fatica, la più bella, la più gratificante, la più intensa: il Primo Concerto di Brahms, nella mia ormai divenuta “seconda casa”, Hamamatsu.

Incontro il direttore, anche lui giovane e motivato a fare bene; è un battesimo per entrambi. Così, ci tuffiamo nella magia di Brahms e scopriamo un mondo veramente enorme; enorme sotto tutti i punti di vista, sia quantitativo (il concerto dura oltre 50 minuti) che emotivo, ed intellettuale, pianistico, e così via…

Due in particolari i momenti a me più emotivamente cari: il primo, la fine dell’introduzione orchestrale nel primo movimento; quell’ultima frase, così drammatica e solenne, prima dell’incipit pianistico, ogni volta provoca in me come uno sconvolgimento; in un attimo si manifesta tutta la tragedia dell’esistenza.

E poi, naturalmente, come ogni buon drammaturgo, Brahms ne fa seguire la relativa risoluzione, che è il secondo momento a me più caro: “Benedictus qui venit in nomine Domini”, recita l’inizio del secondo movimento, ed è proprio questa la sensazione che si ha all’ascolto; sembra di essere testimoni all’entrata in Paradiso.

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